I migliori assaggi a Radici 2018: Campania al top tra gli autoctoni del Sud

BARI – Non solo verticali di bianchi, rosati e rossi a Radici del Sud 2018. Il Salone dei Vini e degli Oli del Meridione d’Italia, andato in scena lunedì 11 giugno al Castello di Sannicandro di Bari, ha consentito a una folta schiera di operatori e winelovers di scoprire gran parte dei vini in concorso.

Ecco i nostri migliori assaggi nelle varie categorie, al di là di quanto già espresso in giuria. Degustazioni che premiano soprattutto la Campania, ma anche la Basilicata dei grandi rossi del Vulture. E la Puglia, con qualche sorpresa tra i vini ottenuti da uve a bacca bianca.

SPUMANTI
1) Spumante Metodo Classico Caprettone 2014, Casa Setaro. Lo spumante che più ci ha convinto, per tipicità e “stravaganza” dell’uvaggio, all’edizione 2018 di Radici. Trenta mesi sur lie per il Caprettone Metodo Classico di Casa Setaro, che svela un perlage fine e persistente.

Al naso richiami minerali ed erbacei ben calibrati, parlano chiaramente del terroir vulcanico dell’Alto Tirone vesuviano. Palato corrispondente, che colpisce per la struttura importante e per la verticalità. Uno spumante che avrà molto da dire, anche nei prossimi anni.

2) Spumante Rosé Brut Metodo Classico Millesimato 2013 “La Stipula”, Cantine del Notaio. Uno dei Metodo classico più eleganti dell’intero concorso. Trattasi di Aglianico, of course, prodotto da una delle cantine di maggior spessore del Vulture. La versione spumante rosé è davvero ben costruita.

Colore a metà tra il cerasuolo e il buccia di cipolla, reso vivo da un perlage fine e persistente. Al naso delicati richiami fruttati tipici del vitigno, in un contorno minerale e fumè. Gran freschezza in un palato ben “riempito” dal nettare, a suggerire la perfetta “gastronomicità” di questo fine spumante.

3) Igp Salento Brut Nature Vsq 2016 “Marasco”, L’Archetipo. Vino Spumante di Qualità (Vsq) prodotto in regime biologico-biodinamico, anzi “archetipico”, da una delle più interessanti realtà del Salento: L’Archetipo di Castellaneta (TA), il progetto di un padre e di un figlio – Francesco Valentino e Carlo Dibenedetto – interpreti dei dettami di Rudolf Steiner e Masanobu Fukuoka. Al di là della filosofia “spinta”, è il calice a convincere.

E pure tanto. La varietà è il Maresco, una settimana di contatto con le bucce per la base. Ne risulta una sorta di spumante orange, dal naso ampio, erbaceo, minerale ed agrumato. Perfetta corrispondenza al palato, giocato su una gran bella freschezza e sentori iodici e agrumati, in particolare il lime. Lungo il finale, con ritorni dosati di tannino.

4) Vino bianco frizzante “Chakra Blu”, Giovanni Aiello – Enologo per Amore. Non è un caso se per il vino più “easy” della sua batteria, l'”Enologo per amore” Giovanni Aiello abbia scelto il “blu”. Accostandoci il “chakra” che simboleggia il punto in cui si gusta il “nettare divino”: la gola.

Il frizzante pugliese “Chakra Blu” di Aiello, base Verdeca con piccole percentuali di Maruggio e Marchione, è il classico rifermentato dalla grande facilità di beva. Di quelli che simboleggiano l’estate, senza però risultare banali. Una “bolla” tipica, vera, che trova nella sapidità il legame più sincero con il terroir.

VINI BIANCHI
1) Campi Flegrei Doc Falanghina 2012, Agnanum. Uno dei bianchi dalla maggiore personalità presenti al momento sul mercato nazionale.

L’evoluzione, rispetto alla vendemmia 2017 che rivela un calice di grandissima prospettiva, è tuttora in corso e svela i tratti più sinceri e marcati del terroir vulcanico.

Frutto croccante, erbe e, soprattutto, note di zolfo e polvere da sparo capaci di farti sentire lì, tra i vigneti terrazzati el Parco degli Astroni, oasi Wwf designata attorno al cratere del vulcano spento di Agnano, nei Campi Flegrei.

Viticoltura eroica quella di Raffaele e Gennaro Moccia, padre e figlio che si dividono i lavori in vigna e in cantina. Una Falanghina come poche, la loro.

2) Fiano Puglia Igt 2016 “Cicaleccio”, Cantina Giara. Vino naturale tout court per questa piccola realtà biodinamica della provincia di Bari, presentata col dito puntato in direzione di Adelfia dal patron Giorgio Nicassio, ai banchi del Salone di Radici del Sud 2018. Jazzo di Stefano, per l’esattezza, è la contrada dove prende vita questo nettare suadente.

Un Fiano più che mai sincero, non filtrato e non chiarificato. Un concentrato di Fiano, o un infuso d’uve Fiano, se preferite, che gioca tutto sulle note erbacee caratteristiche del vitigno, preannunciate da un giallo dorato con riflessi ambrati che dice già molto, se non tutto su questo vino.

Al palato di nuovo la percezione erbacea, seguita da sentori di frutta esotica, prima di una chiusura vagamente speziata, che ricorda cumino e pepe bianco. Tutto bellissimo.

3) Igp Campania Coda di Volpe bianca, La Cantina di Enza. Ancora la Campania sul podio dei bianchi, questa volta con un’uva rara, la Coda di Volpe bianco. La cantina fondata da Vincenzo Saldutti e condotta da Enza, a Montemarano (AV), regala a Radici del Sud 2018 una vera e propria chicca.

Note floreali di glicine nette al naso. In bocca, frutta matura a polpa bianca e gialla, unita a una buona vena fresca e minerale, prima di un finale lungo, intenso. Un vino decisamente gastronomico, a riprova delle grandi potenzialità di un vitigno su cui puntare con tutte le forze, nel solco della vinificazione in purezza.

4) Salento Igt Bianco Vermentino 2017 “Li Cuti”, Cantina Coppola 1489. Vermentino in Puglia? Ebbene sì. E con che risultati. Cantina Coppola, con quel “1489” nella ragione sociale, l’innovazione e la scoperta sembra averla nel Dna.

Non è una scoperta recente il Vermentino, bensì il frutto di un esperimento avviato negli anni 80 in vigna “Santo Stefano”, ad Alezio. A pochi passi dal mare di Gallipoli. Ne risulta un bianco di carattere locale, tipico. Tutto, insomma, tranne che una forzatura. Un inno alla Puglia dei bianchi, che si fanno largo tra Primitivo e Negroamaro.

VINI ROSATI
Basilicata Rosato Igp 2017 “Juiell”, Camerlengo. Un’icona dei rosati italiani veri, sinceri, che parlano del territorio in cui sono prodotti, senza preconcetti commerciali “color Provenza” e – anzi – con profumi decisi, in piena guerra coi nasi da rosé snob.

Il rosato di Aglianico di Camerlengo nasconde il risvolto tenero del carattere del suo produttore, Antonio Cascarano. Uno che la vita la sa prendere sempre col sorriso. Ma che col vino non scherza. Anzi, insegna.

E allora ecco “Juiell”, il “gioiello” della cantina di Rapolla (PZ), che di tesori a base Aglianico del Vulture è piena. L’affinamento in botte conferisce all’uva la giusta rotondità e un maggiore fascino, senza coprire la parte più romantica del calice: il frutto. Preciso, deciso, tranchant. Bellissimo. Vero. Un “Juiell”.

VINI ROSSI
1) Tamurro Nero 2004, Tenuta Le Querce. Tuoni e fulmini al Castello di Sannicandro di Bari, all’assaggio di questa “chicca”: un unicum. E non solo perché il Tamurro Nero non è un vitigno che si trova dappertutto, in degustazione. Ma anche perché questo 2004 di Tenuta Le Querce meriterebbe ribalta internazionale.

Un grande successo per Radici del Sud averlo ai banchi del Salone. Quaranta quintali la resa per ettaro del piccolo appezzamento (un “cru”, in sostanza) di Tamurro, in Contrada Querce a Barile (PZ).

Complessità infinita, al naso e al palato, per questo rosso affinato in barrique. Tecnicamente un “vino da tavola”, potenzialmente una Docg a sé stante, per quello che è in grado di offrire nel calice, a 14 anni dalla vendemmia.

Cuoio, tabacco dolce, erbe officinali e piccoli frutti di bosco al naso e al palato, dove sfodera tannini integratissimi di cioccolato scuro e, soprattutto, un’acidità ancora viva, unita a una viva (ma bilanciatissima) percezione alcolica. Grande persistenza per il finale giocato su tinte speziate e di liquirizia dolce.

2) Taurasi 2009 “Sant’Eustachio”, Azienda Agricola Boccella. Un giovanotto con qualche anno già sulle spalle. Non c’è modo migliore per descrivere il Taurasi 2009 dell’Azienda Agricola Boccella di Castelfranci (AV).

Un quadro ancora più evidente con l’assaggio della vendemmia 2010: un anno più giovane, eppure ancora più scalpitante, soprattutto a livello di integrazione tannica.

Bel naso per la 2009, che inizia a diventare mansueta, dopo 9 anni di “castigo” in bottiglia.

Palato finissimo, pieno e balsamico, per un vino che sarà davvero grande e completo, a partire dal prossimo anno.

Una storia appassionante anche quella della famiglia Boccella, che coltiva 5 ettari di vigneto sulla cima del villaggio Sant’Eustachio, una contrada posta a 600 metri di altitudine sul livello del mare.

3) Lacryma Christi del Vesuvio Doc Riserva 2014 “Don Vincenzo”, Casa Setaro. Seconda menzione, dopo lo spumante di Caprettone, per Casa Setaro, Azienda che come poche – a nostro avviso – ha espresso qualità in tutta la gamma in degustazione a Radici del Sud 2018.

Piedirosso (85%) e Aglianico (15%) insieme, per un vino che riesce a esprimere e coniugare al meglio le caratteristiche dei grandi vini del Vesuvio. Un rosso che avvolge e cattura.

A partire dai profumi netti di ciliegia, lampone e ribes, su sottofondo leggermente speziato ed eraceo. Corrispondente al palato, dove si rivela potente ma elegante, fresco e con ampi margini di ulteriore affinamento positivo.

4) Campania Igt Piedirosso 2016 “Pér ‘e Palumm”, Agnanum. Altra conferma anche per Agnanum, già citata tra i bianchi per la sua strepitosa Falanghina. Altro vino sorprendente di questa cantina è il Piedirosso 2016 “Pér ‘e Palumm”. Un vino capace di tradurre nel calice, così come la Falanghina, il cuore del vulcano.

E dunque grande mineralità per questo rosso che non rinuncia a sfoderare note fruttate e speziate precise, in un quadro unico. Ottima prospettiva per la vendemmia 2017, ancora più fumè e salina.

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Profilo autore

Davide Bortone
Davide Bortoned.bortone@vinialsupermercato.it
Nato con la penna in mano, poi c'è finito pure un calice. Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, oggi dirigo #vinialsuper. Segno Vergine allergico alle ingiustizie, innamorato delle "cause perse", vivo l'informazione come una missione di vita. E anche per questo ci bevo su

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