Soci in fuga e vigneti malati: vendemmia 2018 a rischio alla cooperativa La Kiuva di Arnad

ARNAD – Soci in fuga e vigneti attaccati da peronospora e flavescenza: in una parola, malati. E’ allarme alla cooperativa La Kiuva di Arnad, in Valle d’Aosta. La produzione, che si assesta solitamente sulle 80 mila bottiglie, subirà un brusco arresto con la vendemmia 2018, già iniziata nella piccola regione del nord Italia.

Un’altra faccia della viticoltura eroica, che qui rischia addirittura di non sopravvivere. Dei 20 ettari a disposizione della cooperativa fino allo scorso anno, ne sono rimasti una quindicina. Mille i quintali di uva potenziale.

Numero che si riduce a 5-600, “per essere realisti”. Di questi, a causa delle condizioni in cui versano i vigneti, ne saranno raccolti appena 50 quintali. “Siamo in grande difficoltà – ammette Ivo Joly, presidente de La Kiuva (nella foto, sotto) – e stiamo valutando come fare per soddisfare tutti i nostri clienti quest’anno”.

UN PATRIMONIO PERDUTO?
Nata negli anni 70 ad Arnad, patria del rinomato lardo, la cooperativa ha iniziato a produrre vino dalla vendemmia 1979. Oggi, Joly e soci si ritrovano a interrogarsi sulle scelte fatte in passato.

“Tutti i vigneti – spiega il presidente de La Kiuva – sono stati reimpiantati negli anni Novanta e Duemila. Su consiglio degli esperti e in seguito ad alcune sperimentazioni, si è deciso di abbandonare il sistema tradizionale valtellinese della pergola e di iniziare ad allevare la vite a Guyot, cioè con i classici filari. Oggi possiamo dire che, forse, questa è una delle cause del mancato successo”.

“Inoltre – continua Joly – ci fu suggerito di impiantare varietà che, a distanza di decenni, non si sono ancora acclimatate bene qui ad Arnad. Parlo per esempio del Syrah o del Merlot, varietà internazionali forse non adatte al nostro microclima e al nostro terroir”. Alla Kiuva, in sostanza, si sta assistendo alla sconfitta dei vitigni internazionali.

Si salva solo lo Chardonnay, che dà ottimi vini. Le piante di Nebbiolo, localmente chiamato Picotendro, crescono e maturano senza affanni e regalano buone etichette. Eppure, l’altro autoctono principe della Valle d’Aosta, il Petite Arvine, non ha mai dato i risultati sperati alla Kiuva.

“DIVERSIFICARE PER SOPRAVVIVERE”
“Se non avessimo il ristorante, chiuderemmo”, chiosa Joly. Dal 2014, la cooperativa ha infatti preso in gestione diretta il ristorante annesso alla cantina. Una scelta vincente, che tiene a galla i bilanci de La Kiuva.

“Sopravviviamo grazie alla diversificazione – spiega il presidente – e i numeri parlano chiaro. Il ristorante, lo scorso anno, ha registrato 30 mila clienti e 500 mila euro di fatturato, da solo. Vanno poi sommati i 100 mila euro del macello presente sul retro, divenuto un punto di riferimento nella zona, non solo per la macellazione del cinghiale valdostano. Da sola, la cantina, fattura appena 300 mila euro”.

Cosa fare, dunque? “Sarebbe facile dire chi se ne frega e rinunciare alla parte agricola – denuncia Joly – ma questa è l’ultima cosa che voglio e non lo permetterò. La ricetta vincente è anzi quella di offrire un ventaglio completo di proposte al consumatore, peraltro a Km 0”.

“Il problema grosso è che gli agricoltori non producono: non hanno voglia, non rende, non hanno tempo. Ci sarebbe spazio per incrementare, ma non abbiamo la produzione. L’idea è di cercare di coinvolgere qualcuno, o in azienda o tramite l’associazionismo, per dare nuova linfa alla parte agricola e farla risorgere”.

Le malattie registrate quest’anno rischiano di gettare ancor più i conferitori nello sconforto. E il fantasma dell’abbandono dei vigneti di Arnad è oggi più che mai concreto. Eppure, i prezzi delle uve riconosciuti dalla cooperativa risultano alti rispetto ad altre zone.

Si parla di 1,50 – 2 euro, per una media di 5-10 quintali per conferitore. Soldi che consentirebbero a una famiglia di arrotondare più che dignitosamente. “Dell’aspetto cooperativistico frega poco, qui vogliono i soldi e basta”, evidenzia Joly. “I pagamenti, però, sono fermi al 2012, anche per via della tipologia di vino prodotto, che necessita affinamenti più o meno lunghi”, ammette il presidente.

“La cooperativa è una cosa. Il vuotare l’uva in un posto e prendere i soldi è un’altra. Ma è anche vero – conclude Joly – che ai soci e al territorio abbiamo già chiesto tanto. L’appello, oggi, va fatto a chi vuole davvero mantenere l’agricoltura in questa porzione di Valle d’Aosta”.

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Davide Bortone
Davide Bortoned.bortone@vinialsupermercato.it
Nato con la penna in mano, poi c'è finito pure un calice. Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, oggi dirigo #vinialsuper. Segno Vergine allergico alle ingiustizie, innamorato delle "cause perse", vivo l'informazione come una missione di vita. E anche per questo ci bevo su

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