Spettacolo Timorasso: vino eterno, sempre uguale a se stesso

TORTONA – Il Sagrantino che punta alla “bevibilità” e ai tannini “morbidi”. Il Bardolino che si propone come vino da lungo affinamento, attraverso la valorizzazione dei cru. Il Gavi che mira a posizionarsi tra i bianchi da dimenticare in cantina. La corsa alla spumantizzazione di tanti (troppi) territori vitati del Bel Paese.

Nell’Italia delle Denominazioni gattopardiane, che si reinventano per stare al passo coi tempi e al passo coi mercati internazionali – ben venga, se il focus è sulla qualità! – il Timorasso gioca il ruolo dell’outsider. Un vino sempre uguale a se stesso. Così come è stato pensato in origine.

Il grande bianco piemontese, valorizzato a partire dall’inizio degli anni Duemila da un pugno di illuminati viticoltori guidati da Walter Massa (Luigi Boveri, Claudio Mariotto, Elisa Semino de La Colombera e la famiglia Daffonchio di Terralba) continua a proporsi come un tempo. La sua caratteristica intrinseca è la longevità.

Lo era ieri, lo è oggi. Lo sarà domani. A buona ragione. Lo dimostra la verticale proposta ieri da La Colombera a Vho, frazione del Comune di Tortona (AL). Elisa Semino ha aperto le porte alla stampa per mettere alla prova 14 etichette di “Derthona” e “Il Montino“, per un totale di 10 annate (2016, 2015, 2014, 2013, 2012, 2011, 2010, 2009, 2007 e 2006). Tutte in forma, ma con i dovuti distinguo dettati dall’andamento climatico.

Dal tasting – confrontato poi da Vinialsuper con le medesime annate del Timorasso “Sterpi” di Walter Massa, nella vicina Monleale – esce alla grandissima la vendemmia 2010. Strepitosa sui Colli Tortonesi anche la “tenuta” della 2006, ancora fresca e promettente. Ottimi il Derthona 2013 e il Montino 2011 de La Colombera.

Derthona 2016. Meglio il palato del naso. Un vino già (relativamente) pronto, ma altro vetro non potrà che fargli bene. Buon rapporto qualità prezzo in cantina (9,80 euro).
Il Montino 2016. Ben più complesso al naso, con primi accenni balsamici e di idrocarburo. Al palato risulta duro, su note di iodio e agrumi che dal succo vertono alla buccia. Anche in questo caso, buon rapporto qualità prezzo (14,50 euro).
Derthona 2015. Un anno in più di bottiglia per un naso che inizia ad assumere chiare venature di miele e balsamiche, accanto a richiami floreali. Caldo in bocca, con echi di agrumi. Non un campione d’allungo.
Il Montino 2015. Al naso una nota terrosa e di pietra bagnata. L’ossigenazione porta miele e agrumi all’olfatto. Ingresso di bocca pacato, ma dura un attimo: l’acidità si accende e accompagna verso una chiusura intensa e persistente, con apprezzabile accento amarognolo.
Il Montino 2014. Il colore giallo dorato ricorda quello del miele. Cera d’api per un naso piuttosto grasso. La nota agrumata risulta più matura di quella dei vini precedenti. In bocca il sorso è invece dominato dal sale. Non certo un’annata memorabile.
Il Montino 2013. Naso piuttosto morbido, con ricordi di vaniglia bourbon. Si apre su sfregolii di pietra focaia, più che di idrocarburo. Assoluta verticalità al palato, in ingresso e nel centro. Il sorso trova il suo equilibrio nella parte finale, grazie alla corrispondenza con le note vanigliate già avvertite al naso. Apprezzabile chiusura iodica, dosata. Bel calice.
Derthona 2013. Ecco la pietra focaia, netta, a rendere più che mai tipica l’etichetta. Il naso non è particolarmente intenso e complesso, ma mostra buone doti in termini evolutivi. Si apre con un po’ d’ossigeno, su note di miele. Riempie bene la bocca, il Derthona 2013 de La Colombera, con eleganza.
Derthona 2012. Agrumi, ginestra, c’era d’api, ma anche macchia mediterranea (rosmarino): la aspettavamo. Ingresso salato e agrumato e chiusura balsamica, con accenni speziati di vaniglia.
Derthona 2011. Tra i migliori assaggi della verticale. Giallo dorato, ancora miele e macchia mediterranea. Poi verbena e pesca dolce, quasi tendente allo sciroppato. Una nota che si ritrova anche in ingresso bocca. Acidità viva nella parte centrale, giocata su tinte d’agrume e sbuffi balsamici eleganti, di mentuccia. Bell’equilibrio e complessità anche nel retro olfattivo.


Il Montino 2010. E’ il campione di giornata. Un vino giunto a un grande equilibrio tra le componenti più tipiche del Timorasso, che mostra tuttavia ampi margini di miglioramento. Dal giallo dorato del calice emerge inizialmente una nota burrosa, unita a miele, biancospino e bergamotto. Non mancano sbuffi di rosmarino e timo. Un accenno “verde” avanza pacato con l’ossigenazione, ricordando il profumo dell’erba appena tagliata. Equilibrio finissimo al palato, con ingresso di bocca dosato al grammo tra mineralità e frutto succoso, che per la prima volta non vira sulla maturazione spinta. Un Timorasso di grande precisione anche nel retro olfattivo, lunghissimo e complesso, con accenno fumé. Chapeau.
Derthona 2009. La principessa al ballo delle debuttanti, vestita d’oro e profumata di charme. Naso minerale che sterza su note di foglia secca di pomodoro. Pare d’essere alla corte d’un Pouilly-Fumé. Dai ricordi di Sauvignon si passa a quelli di Chardonnay: grassezza da pasticceria che si ritrova anche in un palato piuttosto morbido, più largo che verticale. E forse per questo monocorde. La corrispondenza naso bocca si gioca proprio sulla cremosità. Un vino di veduta internazionale con chiusura di buona persistenza, che pecca tuttavia in termini di complessità.
Derthona 2007. Giallo dorato e impronta di miele mai così netta, all’olfatto. Tanto da ricordare il millefiori. Spiazza in bocca, tutto tarato sul sale, almeno in ingresso. Poi il Derthona 2007 de La Colombera vira sulla frutta matura, prima di una chiusura che ricorda la vaniglia.
Derthona 2006. Colore incredibilmente paglierino carico, con riflessi dorati. Naso di idrocarburo e pietra focaia, su sfondo floreale preciso, anche se non particolarmente intenso. Meglio ancora in bocca, dove risulta equilibrato, pur mostrando ulteriori margini di evoluzione. Alla cieca potrebbe essere facilmente confuso con un Timorasso più giovane, almeno di 4-5 anni. Davvero una sorpresa. Da rivalutare in futuro.

L’ALESSANDRINO SUGLI SCUDI
L’Alessandrino, anche grazie ai vini dei Colli Tortonesi, vive un periodo d’oro in termini turistici. Dal 2015, anno dell’Expo di Milano, il comparto della ricettività fa registrare un +25%. Il boom riguarda soprattutto la formula dell’agriturismo, con ricadute positive anche sulle imprese vitivinicole.

“L’outlet di Serravalle – commenta Elisa Semino de La Colombera – richiama in zona una media di 5 milioni di persone all’anno. Ma quello che più ci sta sorprendendo sono le soste sui Colli Tortonesi di turisti appassionati di vino provenienti da Svizzera e Germania, che prima tiravano dritto verso le Langhe. Trovare una stanza libera in albergo a Tortona risulta spesso difficile”.

A fungere da leva attrattiva, oltre alla qualità del Timorasso e del Gavi, c’è anche una ristorazione di primo livello, con qualche segnalazione e stella Michelin. Una prova di quanto Walter Massa e la sua “banda” ci abbiano visto lungo col Timorasso, puntando sin da subito sulla valorizzazione delle sue peculiarità più nobili.

Il costo dei terreni, in zona, resta tra l’altro modesto: tra i 15 e i 30 mila euro all’ettaro. Un elemento che non è sfuggito a molti produttori affermati delle Langhe (Vietti e Borgono, per citarne un paio) che negli ultimi anni hanno messo gli occhi sul Tortonese, per investire nel vitigno principe della zona. Altra luce, insomma, su una Denominazione che brilla da sempre.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Profilo autore

Davide Bortone
Davide Bortoned.bortone@vinialsupermercato.it
Nato con la penna in mano, poi c'è finito pure un calice. Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, oggi dirigo #vinialsuper. Segno Vergine allergico alle ingiustizie, innamorato delle "cause perse", vivo l'informazione come una missione di vita. E anche per questo ci bevo su

Commenti

commenti