Tutti in Georgia, ma perché? Pregi e falsi miti del vino georgiano

TBILISI – Alzi la mano chi ha un amico che è stato in Georgia, o che sta progettando un viaggio alla scoperta dei vini georgiani. La percentuale è alta se si considera che il vino, in Georgia, è una questione tutto sommato recente. Intendiamoci.

Se da un lato è vero che l’ex colonia zarista e sovietica ha avviato da tempo una massiccia operazione di comunicazione internazionale, dall’altro va considerato che non esiste ancora una mappa catastale completa del “vigneto Georgia“. La National Wine Agency ha iniziato questo lungo lavoro solamente nel 2014.

Il riconoscimento come patrimonio Unesco del metodo tradizionale di produzione del vino in anfore Qvevri e il ritrovamento delle più antiche tracce di viticoltura al mondo – risalenti a 8 mila anni fa – aiutano. Ma non bastano.

Il governo di Tbilisi si sta dando un gran da fare per non perdere il treno del vino e dell’enoturismo. E la Georgia sarà certamente uno dei Paesi emergenti che farà sentire la loro voce sul mercato internazionale, nei prossimi decenni.

Ad attirare tanti curiosi ed esperti in questo magnifico Paese del Caucaso – tutto da scoprire anche dal punto di vista naturalistico – è l’immagine da “Culla del vino” ormai legata alla Georgia, a livello internazionale.

Non a caso, il nome prescelto dall’agenzia nazionale del vino georgiano lo scorso anno, per l’allestimento di 4 mesi alla Cité Du Vin de Bordeaux, è stato “The cradle of wine“.

Una metafora che rafforza ulteriormente l’altro caposaldo della comunicazione governativa: la grande varietà di vitigni autoctoni presenti sul territorio georgiano. Oltre 500.

Ma c’è addirittura chi parla di 800. Tra il 5 e l’8% dei vitigni mappati al mondo, circa 10 mila in totale, sarebbero dunque originari della Georgia.

Meno di 400 quelli mappati in Italia. Il grande errore, a differenza di quanto capita nel nostro Paese, è aspettarsi di poterli trovare tutti, una volta sbarcati ai piedi del Caucaso. E magari degustarli. Quello che non si dice, infatti, è che di questa grande varietà di vitigni è rimasto ben poco.

La Georgia, negli anni del colonialismo russo, è stata letteralmente depredata dei suoi tesori enologici. La maggior parte degli autoctoni sono stati espiantati in favore delle varietà più vigorose e produttive. Per decenni, di fatto, la Georgia ha funto da “cantina” dei russi. O, meglio, da serbatoio.

Il vino georgiano, sotto controllo della Russia, non godeva certo di buona fama. Si trattava di vino spesso adulterato, carico di pesticidi o “allungato” con acqua, in mano a poche compagnie controllate da uomini d’affari senza scrupoli.

LA SVOLTA
Le cose hanno iniziato a cambiare in seguito all’indipendenza della Georgia, ottenuta nel 1991. Ma a dare la vera e propria sferzata al settore è stato l’embargo operato dai russi nel 2006. Fino a quell’anno, Mosca ha continuato a servirsi della produzione vitivinicola georgiana, senza farsi troppe domande.

L’export verso la Russia, di fatto, si assestava su cifre imponenti, tra l’80 e il 90%. L’improvvisa attenzione dei russi per il mercato armeno – l’unico in zona in grado di supportare le richieste – in sfavore di quello georgiano e moldavo ha avuto effetti immediati devastanti per l’economia locale.

Sette compagnie nazionali hanno chiuso i battenti, accusate dal Cremlino di esportare in Russia vini adulterati e tossici. Ma, alla lunga, l’embargo è stato la vera chiave di volta per l’enologia della Georgia. Le grandi compagnie nazionali, sopravvissute alla ritorsione, hanno cominciato a rivolgersi a mercati più maturi di quello russo.

Finendo per confrontarsi con Paesi ben più alfabetizzati e, soprattutto, produttori di vino. In Georgia si comincia così a parlare di qualità. Fondamentale l’attività di scouting da parte delle più grandi aziende del Paese, a caccia di consensi anche nei Concorsi internazionali.

Diversi enologi di fama, tra cui molti italiani e francesi, finiscono per dare il loro contributo alla crescita qualitativa del settore. E ancora oggi sono molte le “firme” italiane presenti addirittura sulle etichette del vino Made in Georgia. Quasi come marchi di garanzia. Ma non è (ancora) tutto oro quel che luccica.

Tra le pratiche enologiche consentite c’è, per esempio, l’aggiunta di trucioli di legno nel vino in fermentazione o in affinamento in acciaio. Si tratta delle cosiddette “chips”, che consentono di dare al vino un “effetto legno” pressoché immediato, senza attendere i tempi di naturale estrazione in botte. Una pratica (purtroppo) legale in molti Paesi, ma non in Italia.

Ad ammettere senza problemi l’utilizzo delle pastiglie di tannini – anche di fronte ai nostri microfoni – sono grandi gruppi che operano a livello industriale. Come KTV (Kakhetian Traditional Winemaking), che di “traditional” – in verità – non ha più moltissimo.

La compagnia è una delle più visitate dagli enocuriosi a caccia di chicche in Georgia e la qualità dei vini prodotti è alta, nonostante si tratti di una realtà da 600 ettari complessivi (di proprietà) distribuiti tra Askana ad Akhasheni, da ovest a est del Paese.

Giusto visitare KTV per comprendere le punte tecnologiche raggiunte dalla Georgia nel winemaking process. Non a caso, Kakhetian Traditional Winemaking non manca da diversi anni al Prowein Trade Fair, che si tratti di Dusseldorf o di Pechino.

Ed è una delle flag company che stanno contribuendo maggiormente all’accrescimento della notorietà del vino georgiano nel mondo. Tra le aziende visitate durante il nostro tour ce ne solo altre da visitare a tutti i costi:

  1. Mildiani Winery
  2. Zangaura Georgian Wines
  3. Lapati Wines
  4. Winery Chelti
  5. Ruispiri Biodynamic Vineyard
  6. Iago’s Wine – Iago Bitarishvili
  7. Khareba Winery
  8. Vellino – Beka Jimsheladze
  9. Nika Vacheishvili’s Marani and Wine Guest House

LE DEGUSTAZIONI
Cantine, quelle citate sopra, di dimensioni diverse. Ma tutte reali interpreti dei valori del vino, considerato “sacro” in Georgia.

Tra queste, la più nota tra gli amanti degli “orange wine”, anche in Italia, è la cantina di Iago Bitarishvili (nella foto), vero e proprio interprete assoluto del Chinuri, il vitigno a bacca bianca più diffuso della regione del Kartli.

Meritevole di essere scoperta Lapati Wines, l’avventura georgiana di due giovani francesi che hanno iniziato a produrre spumanti metodo ancestrale con le uve locali Rkatsiteli, Chinuri, Avkveri e Gorula (linea Kidev Erti), oltre a un potente Superavi, il “Super Avi”.

Ottimo il lavoro che sta portando avanti, sempre nella nicchia dei Raw Wines, anche Beka Jimsheladze. La sua cantina è stata ultimata da poco e il brand Vellino inizia a imporsi sul mercato: già un anno fa i suoi vini ci sono sembrati pronti per poter affrontare le sfide internazionali, pur senza perdere il marchio di fabbrica territoriale.

Vale lo stesso discorso per Ruispiri Biodynamic Vineyard, il gioiello biodinamico di Giorgi Aladashvili. Uno capace di dormire (letteralmente) accanto alle qvevri durante la fase di realizzazione del nuovo Marani, nel Kakheti.

Menzione particolare, tra le cantine visitate, anche per il “giocattolino” dell’ex ministro della Cultura della Georgia, NikolozNika” Vacheishvili. Nei suoi vini, in particolar modo i bianchi, tutti i profumi delle vallate che circondano il “Marani and Wine Guest House”, a Didi Ateni. Splendidi.

E tra i locali da non perdere, nella capitale Tbilisi c’è il Bina N37: un vero e proprio appartamento in cima a un palazzo di 8 piani, dove poter ammirare le 43 qvevri in produzione sul terrazzo e gustare i piatti della tradizione georgiana.

Cosa aspettarsi, in generale, dal vino georgiano? Grandi profumi e complessità, anche per i bianchi. Una beva non banale, dovuta alla vinificazione e macerazione in qvevri. Nonché ossidazioni più o meno marcate che, se ben controllate dal produttore, regalano vini unici.

Quel che è certo è che la Georgia non è il paradiso degli enofighetti, intesi come amanti dei vini “per forza” limpidi, “per forza” organoletticamente “puliti” e di immediata comprensione. Tutt’altro.

Così come non è stato da “fighetti” il nostro soggiorno di una settimana: ospiti del giovane Shotiko (futuro produttore di vino) e della sua famiglia a Kakabeti, un villaggio sperduto a 70 chilometri a est di Tbilisi.

E’ lui che ci ha condotto in un viaggio di una settimana, a bordo di una Mercedes rossa del 2001. Ricordi indelebili di persone indelebili in Paese indelebile. Come i sapori dei vini georgiani.

LE TESTIMONIANZE
Abbiamo chiesto a due amici di vinialsuper, il tecnico agronomo del Consorzio del Gavi Davide Ferrarese e il sommelier siciliano Carmelo Sgandurra, di parlarci dei loro recenti viaggi in Georgia.

“Sono stato in Georgia tre giorni – spiega Ferrarese – perché ero attratto e incuriosito dei vini e delle tecniche di vinificazione in anfora. Ho potuto degustare i vini ottenuti da diverse varietà autoctone: le bianche Rkatsiteli, Mtsvane e Kisi e la rossa Saperavi”.

L’impressione sulla viticoltura locale? “Ho potuto notare – continua Ferrarese – una preparazione enologica capace e attenta per i vini in anfora. Dal punto di vista viticolo, per le colline e le strade non ho visto vigne vecchie. Anzi, una cura particolare per le piante”.

“A dir la verità – conclude l’agronomo piemontese – abbiamo avuto anche l’impressione di un’evoluzione enologica volta al commerciale, che vuole cavalcare il successo delle Qvervi e dei Marani, ovvero le strutture che ospitano le anfore di terracotta, vista l’organizzazione e l’offerta di alcune cantine visitate”.

Carmelo Sgandurra è invece un frequentatore ormai abituale della Georgia. “Sono stato in Georgia tante volte – evidenzia il sommelier siciliano – in quanto stiamo sviluppando un’associazione di sommelier e la promozione di vino italiano nel Paese”.

“Ho scelto la Georgia per viaggi di lavoro – ammette Sgandurra – anche se ho finito poi per innamorarmi del Paese, unico e bellissimo, dalla natura incontaminata e abitato da un popolo unico. Nell’ultimo viaggio mi sono occupato di scoprire i vini che più si avvicinano ai gusti italiani”.

Non a caso Sgandurra ha visitato KTW – Kakhetian Traditional Winemaking: una delle aziende che, come evidenziato prima, può vantare di una produzione stilisticamente europea, grazie alla consulenza dell’enologo italiano Vittorio Fiore.

“Ho assaggiato il loro Kindzmarauli – spiega Sgandurra – autoctono ottenuto da uve Saperavi, ma anche Tvishi, blend di autoctoni a bacca bianca. Poi Makuzani, blend di autoctoni, e Khvanchkara, prodotto in anfore Qvevri con i vitigni Alexandrouli e Mujuretuli, più il 5% di Saperavi, usato per dare colore”. In occasione di altre visite, il sommelier ha visitato la cantina Winiveria, per assistere alla vendemmia del vitigno Kisi.

La viticoltura georgiana – commenta – è quella dalle antiche tradizioni di un popolo che parla solo di vino, che rappresenta il vino sotto ogni forma e che ama il vino. Non a caso una lettera dell’alfabeto georgiano rappresenta l’uva, a riprova di quanto il vino sia importante per questo popolo”.

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Profilo autore

Davide Bortone
Davide Bortoned.bortone@vinialsupermercato.it
Nato con la penna in mano, poi c'è finito pure un calice. Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, oggi dirigo #vinialsuper. Segno Vergine allergico alle ingiustizie, innamorato delle "cause perse", vivo l'informazione come una missione di vita. E anche per questo ci bevo su

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