Conad, Pugliese: “La filiera del vino italiano è modello di successo, che premia la qualità”


La grande distribuzione ha avuto parte attiva nella filiera del vino italiano, nella costruzione di un “nuovo immaginario che identifica il vino non più come commodity, bensì come prodotto di valore“.

La sensibilità di alcuni grandi gruppi distributivi ha fatto sì che “tra gli scaffali dei supermercati trovino oggi spazio anche produttori e cooperative di livello alto, non necessariamente capaci di fare grandi numeri, con prodotti di fascia superiore ma comunque accessibili per prezzo a buona parte dei clienti”.

È quanto emerge dalla ricerca di Aaster, commissionata dall’insegna di supermercati italiani Conad. Tra i dati che avvolarano queste tesi, i tassi di crescita nel 2018 dei vini Doc e Docg, degli spumanti, dei vini biologici e dei vini col marchio dell’insegna distributiva (mdd, private label).

 “Quello del vino è uno dei pochi settori in cui la globalizzazione ha prodotto una segmentazione della domanda, premiando chi è riuscito a orientare la sua offerta puntando su aspetti come l’alta qualità, la territorialità, la capacità di muoversi su diversi canali distributivi”, annota l’amministratore delegato di Conad Francesco Pugliese.

“Il caso dei produttori toscani, che hanno fatto della qualità e dell’appartenenza ai propri territori di origine il loro tratto distintivo –  continua – dimostra che la ricerca dell’eccellenza non solo premia i produttori, ma può diventare un efficace anticorpo alle degenerazioni che caratterizzano altre filiere agroalimentari”.

“Anche settori caratterizzati da costi di produzione e di commercializzazione molto elevati possono trovare un loro mercato, se a monte si lavora per un’adeguata valorizzazione del prodotto finito”, conclude Pugliese.

Dalla ricerca emergono con chiarezza gli elementi che hanno contribuito a rendere la filiera del vino un modello di successo: una legislazione chiara, che prevede controlli puntuali e ha rafforzato gli enti destinati ai controlli; il recupero di vitigni antichi e autoctoni, l’attenzione alla ricerca e all’innovazione lungo tutti gli step di lavorazione.

E ancora: l’impiego di figure professionalizzate sin dalla fase della vendemmia; l’impegno in sostenibilità, strettamente connesso allo stretto legame che oggi tiene insieme vino e territorio.

Non ultimo un sapiente utilizzo del marketing, che ha contribuito a promuovere una cultura del vino come elemento della tradizione italiana, legato ai territori, alle tradizioni e ai saperi.

Quello del vino, secondo Conad, “è il comparto agroalimentare più evoluto in termini di cultura imprenditoriale, comunicazione, marketing, dove non esiste un modello unico di successo, ma dove piccoli e grandi produttori raccontano storie complementari, entrambe basate su qualità e biodiversità delle produzioni nazionali”.

E dove “la forza della cooperazione è riuscita nel difficile compito di accompagnare sui grandi mercati, anche internazionali, un grande numero di piccoli viticoltori associati”.

Lo studio affidato ad Aaster smonta, sempre secondo Conad, anche alcuni pregiudizi sul mondo del vino al supermercato. “Il successo del vino italiano nel Paese e nel mondo – evidenzia l’insegna in una nota – si verifica in un settore dove la partita della concorrenza non si gioca a ribasso sui costi, ma su qualità, identità, legame con il territorio. Il vino è la punta di diamante dell’agroalimentare italiano”.

Il comparto incide del 9,5 per cento sul valore totale della produzione agricola, per il 7,6 per cento sul fatturato dell’industria alimentare e per il 14,6 per cento sull’export alimentare nazionale.

Il valore delle esportazioni supera quello di eccellenze assolute come l’olio di oliva, la pasta, i formaggi e i salumi. Il fatturato per impresa tocca in media i 5,1 milioni di euro contro i 2,3 dell’industria alimentare.

Sempre per Conad, “la filiera del vino rappresenta un modello da imitare per efficienza e sostenibilità ambientale e sociale, più che per ogni altro prodotto made in Italy”.

Questo tema sarà al centro della tavola rotonda “Dialoghi con le meraviglie del nostro Paese”, prevista per oggi alle 17 presso il Teatro Metastasio di Prato. L’evento rientra nella tappa toscana del “Grande Viaggio Insieme” di Conad, dal 17 al 19 ottobre, che punta quest’anno i riflettori sul tema delle filiere agroalimentari.

Non è un caso che sia Prato la città scelta per parlare del settore del vino: con i suoi rossi pregiati la Toscana guida l’export del vino italiano assieme a Veneto e Piemonte, e rappresenta l’emblema del forte legame tra prodotto e territorio, con 58 denominazioni di origine, di cui 11 Docg, 41 Doc, e 6 Igt, e un tessuto produttivo di circa 23mila aziende prevalentemente piccole e medio piccole, dove però non mancano i grandi nomi.

LA TAVOLA ROTONDA

In occasione della sosta di Prato, Conad ha affidato all’istituto di ricerca Aaster il compito di realizzare uno studio socio-economico sul comparto. Il lavoro sarà presentato nel corso dell’incontro, dove si alterneranno contributi e testimonianze degli attori della filiera, moderati dalla giornalista Marianna Aprile alla presenza di Aldo Bonomi, sociologo e direttore del Consorzio Aaster, e di Francesco Pugliese, amministratore delegato di Conad.

Dopo i saluti del sindaco di Prato Matteo Biffoni, interverranno alla tavola rotonda Sergio Bucci, direttore della Cantina cooperativa Vignaioli del Morellino di Scansano, Giuseppe Bursi, presidente della cooperativa vitivinicola siciliana Cantine Settesoli, Giovanni Busi, presidente del Consorzio del Chianti, Corrado Casoli, presidente di Cantine riunite e CIV, Enrico Chiavacci, direttore marketing di Marchesi Antinori Spa, Simonpietro Felice, direttore generale della cantina vitivinicola Caviro, Angelo Moretti, direttore del Consorzio cooperative sociali il Sale Della Terra.

Alla serata prenderanno parte anche gli studenti dell’Istituto professionale alberghiero IPSSAR “F. Datini” di Prato. A chiusura del dibattito seguirà il concerto de “I Solisti del Sesto Armonico”, diretti dal maestro Peppe Vessicchio.

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