Igt del vino, pasticcio all’italiana. Gily: “Impossibile difendere il Lambrusco dalla Spagna”

E’ il frutto dell’ennesimo “pasticcio all’italiana”. Una battaglia per la difesa dei vitigni cosiddetti “autoctoni” che, alla lunga, vedrà l’Italia sconfitta nei palazzi comunitari del vino.

Non usa giri di parole Maurizio Gily dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo per commentare il nostro articolo sulle “stranezze” delle Igt del vino italiano.

I disciplinari di quelle che oggi si definiscono “Igp”, ovvero “Indicazioni geografiche protette“, ammettono l’allevamento di vitigni che non hanno nulla a che fare con la tradizione viticola di alcune regioni.

Il Mipaaf ha messo il sigillo sulla possibilità di crescere la Glera (ex “Prosecco”) in Sicilia. O il Nebbiolo in Basilicata. O, ancora, il Refosco dal Peduncolo Rosso in Puglia, nell’Igt Valle d’Itria. Per non parlare del Teroldego in Toscana. Caso emblematico per il Lambrusco, sparso qua e là nelle Igt del Sud Italia.

“Innanzitutto – spiega Gily – non ha senso fare delle Igt con nomi di zone piccolissime, che nessuno conosce, riferendosi a un prodotto di largo consumo come il vino. La segnalazione di vinialsuper sulla presenza di vitigni che non hanno nulla a che fare con determinate aree geografiche deriva dal fatto che l’Italia ha scelto di non aderire alla classificazione di ‘vino varietale’ con i vitigni autoctoni”.

“Questa è la ragione per la quale, al supermercato, troviamo per esempio vini varietali da vitigni internazionali come il Syrah Tavernello o il Merlot Tavernello”, continua Gily.

“Ma legare il nome di un vitigno a una Denominazione ha senso per quelli rari, minori, come possono essere per esempio il Grignolino o il Ruché. Ma che senso ha vietarlo per il Sangiovese, il Primitivo o la Barbera, se poi ritroviamo questi vitigni nelle Igt di regioni lontane, per tradizione, a questi vitigni?”.

LA SPAGNA E IL LAMBRUSCO
“Una scelta giusta? Sono molto in dubbio – prosegue l’esponente di Pollenzo -. In Italia si continua a fare riferimento alla vecchia tradizione, diversa da quella francese, dove le Denominazioni non hanno il nome del vitigno, a meno che non si tratti di Vin de pays, corrispondenti alle nostre Igp.

Con la sola differenza che i vitigni ammessi in questa classificazione, in Francia, sono quelli tipici e tradizionali di ogni areale”.

Un tentativo di tutelare la “titolarità esclusivamente italiana” di alcuni vitigni che, secondo Maurizio Gily, “ha vita breve”.

“La difesa dell’utilizzo del nome Lambrusco dalla Spagna – evidenzia l’agronomo Gily – è oggetto di un acceso dibattuto. Ma, a mio avviso, è una battaglia di retroguardia. Le varietà vegetali non sono di nessuno e di nessun luogo. Alla lunga risulterà indifendibile la titolarità di un vitigno da parte di un Paese e di una zona”.

Igt del vino italiano: che confusione! Sarà perché ti (bevi)amo

Profilo autore

Davide Bortone
Davide Bortoned.bortone@vinialsupermercato.it
Nato con la penna in mano, poi c’è finito pure un calice. Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, dirigo Vinialsuper e WineMag.it (testata dedicata al vino Horeca). Segno Vergine allergico alle ingiustizie, innamorato delle cause perse e del blind tasting, vivo l’Informazione come una missione di vita. Anche per questo ci bevo su. Senza guardare l’etichetta.

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