Soave, yin e yang di una Doc in cerca di equilibrio. I migliori assaggi a Versus 2018

VERONA – Soave yin e yang. La pianura e la collina. La sabbia e il vulcano. La cooperativa e il vignaiolo. La pronta beva e la scommessa sul lungo affinamento. Tutte facce della stessa medaglia, in evidenza nel weekend a Soave Versus 2018, che chiude oggi con gli appuntamenti dedicati alla ristorazione (non prima di avervi raccontato i nostri migliori assaggi).

Cornice dell’evento, come di consueto, il Palazzo della Gran Guardia di Verona. Un’occasione per celebrare i 50 anni dal riconoscimento dell’Origine Controllata per la Denominazione di 6.900 ettari (1.500 in zona “Classica”) che conta 3 mila viticoltori e una produzione annua di 55 milioni di bottiglie di vino bianco fermo. Dieci milioni nella fascia “Premium” e un 2% affidato alla spumantizzazione Charmat.

LE SFIDE
Proiezione verso l’estero evidente per il Soave, con l’80% delle bottiglie che finisce principalmente in Germania, Nord Europa e Usa. La nuova scommessa si chiama Giappone. Un Paese che sta dando risultati incoraggianti. Forse proprio per la somiglianza di questo grande bianco veronese a un popolo schietto e rigoroso. Ma allo stesso tempo sensibile e gentile.

I problemi da risolvere? Quel 20% imbottigliato “fuori zona” è una quota nel mirino del nuovo presidente del Consorzio di Tutela del Soave, Sandro Gini, eletto a maggio 2018. Un combattivo. Nonché un vignaiolo che gode di grande considerazione da queste parti.

L’uomo giusto al posto e al momento giusto, dopo la gestione “politica” di Arturo Stocchetti, che ha traghettato il Soave dei tempi d’oro, attraverso un incarico durato ben 14 anni. Non che ora, la Denominazione, se la passi male rispetto ad altre zone d’Italia.

LE UVE E I CRU CHE ASPETTANO LA REGIONE
Il prezzo delle uve, secondo i dati forniti dal Consorzio sulla base delle stime della Camera di Commercio, si sono stabilizzati dopo il “picco” dei primi anni 2000. Nella zona Classica, i prezzi variano tra i 90 centesimi e l’euro e 10 cents al chilogrammo.

Più alti quelli praticati dalle cantine sociali, che stanno investendo nella valorizzazione della Denominazione con progetti mirati. Tradotto: la linea “Rocca Sveva” (Cantina di Soave), il “Foscarino” (Cantina di Monteforte) e il biologico certificato (Gruppo Collis – Veneto Wine Group).

D’altro canto, il Consorzio sta facendo i salti mortali per inglobare nuovi vignaioli di qualità. Un lavoro appena iniziato, che vede nelle cantine Inama e Suavia due esempi lampanti dell’opera in corso.

Ottimi stimoli, i loro, per il dibattito interno a un Consiglio direttivo in cui “tutti hanno voce in capitolo e peso”. Al netto, of course, dei meccanismi di rappresentatività interni ai Consorzi. Un aspetto molto caro a Gini.

Così come preziosa è la zonazione dei suoli, iniziata dal Consorzio negli anni 2000. Ma le 33 menzioni aggiuntive che valorizzerebbero i “cru” del Soave (oltre 50 inizialmente, poi ridotte per via di alcuni accorpamenti) sono strozzati da una Regione Veneto che pare Prosecco e Amarone della Valpolicella centrica. Distrazione o eccesso di zelo?

Fatto sta che il recente avallo del Testo Unico della Vite e del Vino ha regolarizzato la menzione geografica dei Soave. Per la menzione aggiuntiva, ovvero il riferimento preciso alla “vigna”, si attende l’implementazione del registro da parte di Palazzo Balbi. Un passaggio che garantirebbe i controlli sulla tracciabilità delle uve. E la possibilità di menzionare il “cru” in etichetta.

Il vuoto normativo non scoraggia i produttori, che rischiano tuttavia sanzioni. La nomina a deputato del sindaco leghista di Roncà (VR), Roberto Turri, presidente tra l’altro di Veneto Strade Spa, potrebbe accelerare le pratiche. E alleggerire di qualche chilo di carta le scrivanie di un Consorzio di Tutela che non vede l’ora di dare “buone nuove” alla base.

Oltre alla battaglia dei “cru”, è l’argine dei 450 mila ettolitri stabilito per la vendemmia 2018 a dimostrare il cambio di rotta della “nuova” Doc Soave, sotto la guida di Gini. Una cifra ritoccata al rialzo rispetto al 2017 (380 mila ettolitri segnati dalle gelate) che appare tuttavia coraggiosa, vista l’abbondanza di uve pronte per essere vendemmiate in zona, sin dai prossimi giorni.

“Scelte volte alla qualità – evidenzia Chiara Maria Mattiello, Marketing manager del Consorzio Tutela Vini – che stanno convincendo la Fao a riconoscere le colline vitate del Soave come Globally Important Agricultural Heritage Systems (Giahs), ovvero area rurale di interesse mondiale in termini di biodiversità”.

Rientrano tra i Giahs quegli “specifici sistemi e paesaggi agricoli creati, plasmati e mantenuti da generazioni di agricoltori e pastori, basati su diverse risorse naturali, utilizzando pratiche locali”.

IL TESORO DI SOAVE
Per toccare con mano questo tesoro basta arrampicarsi – meglio ancora se in bicicletta – tra i saliscendi del Soave, affrontando dislivelli che variano dai 30 ai 600 metri sul livello del mare, nell’area di Roncà.

Cambiano le altezze, così come i terreni e il colore delle case di pietra del posto, diverse di frazione in frazione. Si passa dalla sabbia al calcare, fino al suolo “nero” del vulcano. Uno spettacolo che vale la pena di essere vissuto anche quando il cielo non regala la giornata perfetta.

Solo così si potrà capire la frammentazione delle proprietà terriere (la più grande è Tenuta Sant’Antonio della famiglia Castagnedi, una quarantina di ettari) e l’importanza delle Cooperative sociali nel mantenimento del tessuto agricolo del Soave, che per anni ha prosperato grazie a una viticoltura praticata come attività secondaria dalle famiglie di agricoltori. Un secondo reddito, di benessere.

Così come si potrà ammirare il sistema di allevamento locale della vite: la pergola veronese, diffusa anche in Valpolicella e mai abbandonata. Una forma che consente al grappolo di ripararsi da grandine e intemperie. Le stesse che il Soave prova a scacciare lontano, anche quando di mezzo non c’è il meteo. Per innovarsi. Restando uguale a quel che era ed è.

Tra le novità, quelle di proporsi (anzi imporsi) nella ristorazione e sul mercato dei gourmet come vino da lungo affinamento. Da aspettare. Non a caso, il Consorzio valuta di unire i due eventi clou della denominazione. Non ha senso, in quest’ottica, proporre a maggio i nuovi Soave alla “Preview”.

L’idea è quella di farli maturare altri mesi in bottiglia. E presentarli sul tappetto rosso della Gran Guardia di Verona, nel medesimo contesto di Soave Versus. Un altra svolta di una gestione, quella di Sandro Gini, che ha già il sapore della rivoluzione. Un modo nuovo per rispondere all’accerchiamento geografico di Prosecco, Pinot Grigio, Lugana e Bardolino.

I MIGLIORI ASSAGGI A SOAVE VERSUS 2018

LA CONFERMA
Le Battistelle. Gelmino e Cristina dal Bosco, con l’aiuto dei figli, stanno compiendo qualcosa di grande a Brognoligo di Monteforte d’Alpone. Qualcosa che riesce a tradurre nel calice il concetto stesso di “viticoltura eroica”, altro vero vanto delle colline delle Soave.

Il trittico “Montesei”, “Battistelle” e “Roccolo del Durlo”, già spiccati tra i migliori assaggi a Vulcanei 2018, sono da provare a tutti i costi nel contesto moderno della Denominazione. Per tipicità e carattere unico.

LA NOVITA’ ASSOLUTA
Alessandro Benini è alla prima vendemmia ma sembra avere già le idee chiare. Il Soave Doc 2017 “Balinda” spiazza per la sua scheletrica verticalità, giocata sulle note crude della Garganega. “E’ quello che cerco, raccolgo nei primi giorni di settembre”, spiega il giovane produttore di San Pietro di Lavagno, dove sta sorgendo la cantina, pezzo dopo pezzo.

Il secondo Soave, “Le Macette” 2017, chiude il cerchio: c’è sostanza dietro alle parole. Si tratta di un blend di tre appezzamenti dalle caratteristiche di terroir differenti, con una piccola percentuale affinata in barrique. Un vino ben più complesso e rotondo, dal buon potenziale evolutivo.

IL VOLTO NATURALE
Cantina Filippi. Sessantacinquemila bottiglie totali nelle ottime annate, per 15 ettari vitati e 20 di bosco. Cantina Filippi è una delle facce naturali del Soave. Convince a Soave Versus 2018 con la mini verticale di Castelcerino.

La 2017, dopo un’iniziale assestamento (è in bottiglia da un paio di mesi) si apre su tinte complesse, a metà tra il vegetale e lo speziato (radice di liquirizia e cannella). Poi una nota netta di agrumi, pompelmo in particolare.

In bocca è un Soave pieno, che sfodera note di camomilla prima di un finale agrumato e sapido. La 2012 di Castelcerino è un’altra storia: 56 mesi a contatto con i lieviti. Un vino tutt’altro che seduto. Alla buona spalla acida rispondono evoluzioni speziate di chiodo di garofano.

Ma la vera cifra sono le note aromatiche, che ricordano proprio il sapore degli acini di Garganega matura, ancora sulla pianta. Netto, anche nella vendemmia 2012, il sentore di radice di liquirizia, in chiusura.

Garganuda – Andrea Fiorini. La Garganega come mamma l’ha fatta. Nuda. Ma non per questo timida. Anzi. Esibizionismo allo stato puro del varietale, nell’interpretazione veristica e cruda di un Soave che mancava nel panorama della Denominazione.

Andrea Fiorini, del resto, è un po’ un matto. Uno a cui non interessa nulla dei discorsi filosofici attorno a un vino che dev’essere naturale: nudo, appunto. Senza i vestiti delle pratiche enologiche. “Perché è insano e ingiusto non accompagnare la natura in bottiglia”, sostiene il produttore, che aggiunge solo un minimo di solforosa prima dell’imbottigliamento.

Produce dal 2014, Andrea Fiorini. Farà grandi cose col suo vino leggero (10,5%) eppure così diretto e sincero. Speriamo solo abbia il coraggio di conservare qualche bottiglia in più delle vecchie annate.

LE LINEE PIU’ COMPLETE
Azienda Agricola Portinari. Una completezza di gamma capace di offrire un excursus preciso dei vari volti del Soave. I cru “Ronchetto” 2016, “Albare” 2016 e “Santo Stefano” 2015 disegnano fedelmente l’espressione della Garganega di pianura e di collina.

Completa la linea il miglior Recioto di Soave in degustazione a Versus 2018, che non a caso di nome fa “Oro“, vendemmia 2015. Equilibrio perfetto tra venatura acida e dolcezza, mai stucchevole. E una balsamicità che chiama il sorso successivo.

Cantina Franchetto. Quindici ettari per 35 mila bottiglie totali, nella frazione Terrossa di Roncà, zona Est della Denominazione. I Soave “La Capelina” 2017 e “Recorbian” 2015 dipingono in maniera realistica due fasi della Garganega.

La prima è la maturazione perfetta. Con “La Capelina” 2017, di fatto, sembra di avvertire la presenza degli acini ancora interi, nel calice. O di vederli in sospensione, nella bottiglia, talmente è netta la percezione del varietale. Non solo aromaticità. Il vino ha un’ottima struttura, che riempie il palato senza sovrastrutture.

La seconda faccia della Garganega è quella surmatura. Recorbian 2015, di fatto, è ottenuto tramite vendemmia tardiva. Acciaio per un anno, poi bottiglia per almeno 6 mesi. Il coraggio di proporre sul mercato un Soave che diventa “d’annata” già mentre matura in cantina.

E il gioco vale la candela. Al naso e al palato, il vino risulta ben più complesso della prima etichetta. Una struttura seria, importante, con le note tipiche del vulcano che iniziano a prendere spazio nel corredo. Un vino che Giulia Franchetto suggerisce in abbinamento – addirittura – alla costata di carne. Da provare.


Corte Mainente. Visitiamo la cantina di Davide Mainente (nella foto, sopra) nella mattinata di venerdì. L’impressione, dalla stretta di mano iniziale, è una sola: genuinità. La stessa che si riverserà poi nel calice, durante la degustazione di tutta la linea.

Lo spumante brut Mainente è schietto, senza fronzoli. Da preferire a una buona fetta di Prosecco “base”, anche se il confronto non regge. Si comincia a fare sul serio con Cengelle 2017, il Soave Doc ottenuto fuori dalla zona Classica. Profumatissimo e fresco, con una bella nota esotica e una chiusura minerale che avremmo preferito più invadente.

L’apice si raggiunge con Tovo al Pigno 2017, ottenuto esclusivamente da uve Garganega, uvaggio principe del Soave. Un vino più “serio”, nonostante il residuo zuccherino sia lo stesso del Cengelle.

Un nettare che sfodera una vena vegetale che ricorda la foglia di pomodoro di certi Sauvignon, ma da Mainente non si fanno “magheggi”. Parla il terroir e il varietale. Chiusura a due facce: da un lato la morbidezza “soave” della mandorla, dall’altra un accenno di pietra focaia che guadagna spazio al palato, assaggio dopo assaggio. E’ il vulcano.

IL SOAVE DELL’EQUILIBRIO
Tanti buoni assaggi a Soave Versus 2018, ma sono pochi i Soave ottenuti tramite appassimento (totale o parziale) delle uve che convincono appieno. In questo quadro fa eccezione assoluta la proposta di Corte Canella, tra l’altro a un prezzo ridicolo per il valore del vino (7 euro in cantina).

Parliamo del Soave Doc “La Vero”, blend di Garganega e Trebbiano. L’equilibrio è perfetto, non solo tra i due vitigni, che si abbracciano perfettamente al naso e nel sorso, ma anche tra la componente acida e quella morbida e concretata, dettata appunto dall’appassimento tradizionale dei grappoli selezionati in pianta.

BEST BUY: IL MIGLIOR VINO QUALITA’ PREZZO
E’ la cantina di Monteforte d’Alpone, una delle cooperative del territorio a guadagnarsi la segnalazione con il Soave Classico 2017 “Clivus”, destinato all’Horeca ad appena 3,50 euro. Un vino preciso, che racconta la faccia più fresca della Denominazione. Un nettare che non stanca, nonostante la piacevolezza del sorso.

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Profilo autore

Davide Bortone
Davide Bortoned.bortone@vinialsupermercato.it
Nato con la penna in mano, poi c’è finito pure un calice. Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, dirigo Vinialsuper e WineMag.it (testata dedicata al vino Horeca). Segno Vergine allergico alle ingiustizie, innamorato delle cause perse e del blind tasting, vivo l’Informazione come una missione di vita. Anche per questo ci bevo su. Senza guardare l’etichetta.

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